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“Dove eravamo rimasti?” di Pino Picca

Redazione 13 Agosto 2026 7 minuti letti
Dove Eravamo rimasti copertina

Ci sono libri che raccontano una storia e altri che chiedono al lettore di fermarsi e pensare. Dove eravamo rimasti? …è meglio che cominciamo dal principio di Pino Picca appartiene decisamente alla seconda categoria.

Definirlo semplicemente un romanzo sarebbe infatti riduttivo. Pubblicata originariamente nel 2006, l’opera mescola racconto, poesia, pittura, allegoria, filosofia, ricordi e cultura popolare, costruendo qualcosa che assomiglia molto più a un viaggio all’interno dell’autore che a una narrazione tradizionale.

Un viaggio che, significativamente, comincia dall’incontro più improbabile possibile: quello tra un uomo adulto e se stesso bambino.

Sedersi accanto a se stessi

L’immagine iniziale è probabilmente anche una delle più riuscite dell’intera opera.

Su una panchina, il protagonista incontra il bambino che è stato. I due mangiano una caramella e cominciano a parlare della realtà, della conoscenza, della vita e persino del divino.

I ruoli, però, sembrano quasi invertirsi.

È il bambino a interrogare l’adulto e a mettere in discussione le sue certezze. La realtà, sostiene, esiste nella sua completezza, ma ciascuno riesce a coglierne soltanto una parte, condizionato dall’età, dall’esperienza e dal proprio bagaglio di conoscenze.

Da questo dialogo apparentemente semplice nasce una riflessione metafisica destinata, come ammette lo stesso narratore, ad accompagnarlo «per tutta la vita».

Ed è già racchiusa qui una delle chiavi dell’intero libro: crescere non significa necessariamente avere trovato le risposte.

A volte il bambino che siamo stati possedeva domande molto più importanti delle risposte che abbiamo trovato diventando adulti.

L’aquilone e il Pianeta Oscuro

C’è un’immagine che ritorna continuamente nell’opera: l’aquilone.

Compare nei racconti, nei pensieri e nei dipinti. Viene cercato nel cielo, disegnato, abbandonato e nuovamente inseguito.

Non è soltanto un elemento ricorrente, ma diventa progressivamente il simbolo dell’intero percorso.

Picca arriva infine a descrivere ciascun essere umano come un pianeta oscuro che ruota attorno a un aquilone saldamente ancorato alla terra dal filo tenuto dalla vita.

Il “Pianeta Oscuro” è allora quella parte di noi che continuiamo a esplorare senza riuscire mai a conoscerla completamente.

Ed è significativo che l’opera non offra una soluzione.

Non c’è una risposta definitiva alla quale arrivare. Ci sono piuttosto domande che ne generano altre, ricordi che si trasformano, immagini che acquistano significati differenti con il trascorrere del tempo.

Il viaggio potrebbe essere appena cominciato.

Oppure, come si domanda lo stesso autore, potrebbe essere già in corso da sempre.

Prosa, poesia e pittura diventano una cosa sola

Uno degli aspetti che rende particolare Dove eravamo rimasti? è l’impossibilità di separare nettamente lo scrittore dal pittore.

Le poesie e i racconti sono intervallati dalle opere realizzate dallo stesso Picca nel corso degli anni. Non hanno la funzione di semplici illustrazioni, ma sembrano appartenere allo stesso percorso espressivo.

Un aquilone può comparire in una riflessione e successivamente diventare pittura. Una poesia può trasformarsi in immagine. Un ricordo può diventare allegoria.

Emblematico è il caso di Barchèide, presente sia come testo poetico sia come opera pittorica.

Nella poesia un sogno viene trasformato in una piccola barca di carta e affidato a un rigagnolo. Durante il viaggio incontra immondizia, ostacoli e deviazioni, viene danneggiato e arriva finalmente al mare completamente diverso da come era partito.

Sul foglio ormai scolorito rimane leggibile quasi soltanto una parola: “amore”.

È una metafora semplice e allo stesso tempo estremamente efficace del passaggio attraverso la vita: partiamo con sogni apparentemente perfetti e arriviamo inevitabilmente trasformati dal viaggio.

La felicità dell’ignoranza

Tra i passaggi più interessanti dell’opera c’è Favola amara, l’allegoria del manichino.

Abbandonato in una vecchia bottega, il manichino è inizialmente felice perché non conosce altro. Quando esce e scopre il mondo, incontra la bellezza: una farfalla, una rosa, la musica.

Ed è proprio la conoscenza a distruggere la sua precedente felicità.

Da quel momento vuole sapere, vedere e diventare qualcosa di diverso.

Il viaggio che avrebbe dovuto renderlo libero lo porterà infine, dopo successi e fallimenti, ad essere abbandonato tra i rifiuti con una gamba rotta.

Picca chiude la favola con una frase che cambia improvvisamente il destinatario del racconto: finisce la storia del manichino, ma comincia quella del lettore, nei suoi pensieri.

È probabilmente questa una delle caratteristiche migliori del libro.

L’autore non cerca continuamente di fornire una morale. Arriva fino a un certo punto e poi lascia al lettore il compito di continuare.

La conoscenza rende davvero più felici? È preferibile una felicità costruita sull’ignoranza oppure una consapevolezza dolorosa della realtà?

La risposta non viene data.

Dall’universale al personale

L’opera cambia continuamente registro.

Alle riflessioni sull’esistenza e sulla conoscenza si alternano poesie intime, sentimentali e persino sensuali. In altri momenti emerge invece il legame con Molfetta, attraverso testi scritti in dialetto e accompagnati dalla traduzione italiana.

Il tono può diventare ironico, trasformarsi in favola, assumere la forma di una filastrocca o improvvisamente lasciare spazio alla malinconia.

Non manca nemmeno la dimensione familiare.

Il libro è dedicato ai figli Alessandra, Dario e Denise, e poche pagine dopo compare una seconda, essenziale dedica al padre dell’autore, scomparso proprio nell’anno della pubblicazione.

Questa dimensione personale impedisce al libro di trasformarsi in un semplice esercizio filosofico.

Dietro le domande sull’Assoluto rimane sempre un uomo che osserva la propria vita.

Cercarsi senza necessariamente trovarsi

Uno dei testi che meglio sintetizza l’opera è Ho cercato.

Il protagonista cerca la propria immagine tra la gente, i propri pensieri tra le foglie, i ricordi tra le onde e persino il futuro.

Alla fine, dopo avere guardato e rovistato ovunque, arriva alla constatazione più dolorosa: non è riuscito a trovare se stesso.

Ed è probabilmente proprio questo il vero viaggio raccontato da Picca.

Non quello verso una destinazione, ma quello dell’uomo che tenta continuamente di comprendere chi sia attraverso ciò che ha vissuto, ciò che ha amato, quello che ha creato e quello che ha perduto.

Persino il titolo acquista così un significato differente.

“Dove eravamo rimasti?” presuppone che esista un punto dal quale riprendere.

“…è meglio che cominciamo dal principio” suggerisce invece che, per capire veramente dove siamo arrivati, sia necessario tornare indietro.

Forse addirittura fino al bambino seduto su quella panchina.

Io c’ero

Verso la conclusione arriva una delle poesie più brevi dell’intera raccolta, Io c’ero.

Picca immagina di lasciare nel proprio giardino un posto al sole destinato al ricordo. Dopo la sua scomparsa nascerà un fiore: non dovrà essere particolarmente grande o bello. Avrà un solo compito.

Dire a chi deciderà di fermarsi: “io c’ero!”

Pochissimi versi che, riletti alla fine del libro, sembrano quasi spiegare l’intera opera.

Scrivere, dipingere, raccontare, ricordare e interrogarsi diventano modi differenti di lasciare una traccia del proprio passaggio.

In conclusione

Dove eravamo rimasti? …è meglio che cominciamo dal principio è un’opera difficile da inserire in una categoria precisa, ed è proprio questo uno dei suoi maggiori punti di forza.

Pino Picca non costruisce una storia tradizionale: costruisce un autoritratto.

Lo fa senza utilizzare soltanto il pennello. Mette insieme dipinti, poesie, racconti, ricordi, favole, dialetto, amore, ironia e filosofia fino a creare un mosaico nel quale ogni frammento mostra una parte differente dello stesso uomo.

Alcuni testi fanno sorridere, altri sono volutamente semplici, altri ancora obbligano a tornare indietro e rileggerli. E poi ci sono immagini – l’aquilone, la barchetta, l’ombra, il manichino – che continuano a lavorare anche dopo avere chiuso il libro.

Non è necessario condividere tutte le riflessioni dell’autore. Anzi, probabilmente sarebbe contrario allo spirito stesso dell’opera.

Il libro sembra chiedere qualcosa di diverso: fermarsi sulla stessa panchina e cominciare a formulare le proprie domande.

Ed è forse questo il complimento migliore che si possa fare a un’opera di questo genere.

Perché arrivati all’ultima pagina non abbiamo necessariamente capito chi sia Pino Picca.

Abbiamo però cominciato, inevitabilmente, a pensare un po’ di più a chi siamo noi.

Ecco il link per questa opera speciale

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