Avatar – Fuoco e Cenere, la recensione del terzo viaggio su Pandora

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Cara Pandora Dopo aver ridefinito gli standard tecnologici del blockbuster e aver messo in piedi un immaginario ormai super riconoscibile, con Fuoco e Cenere la saga iniziata nel 2009 affronta una sfida diversa: proseguire il racconto senza affidarsi esclusivamente allo stupore generato dalla scoperta e dalla novità.

La storia di Avatar – Fuoco e Cenere prende il via circa un anno dopo gli eventi raccontati in La Via dell’Acqua Pandora non è più, infatti, un mondo sconosciuto, ma un luogo familiare per lo spettatore, e il film sceglie consapevolmente di spostare il proprio baricentro dal senso di esplorazione alla riflessione sulle conseguenze del conflitto e del cambiamento.

La sceneggiatura firmata dallo stesso Cameron, Rick Jaffa e Amanda Silver inizia a tessere la sua tela a un anno di distanza dagli eventi di La Via dell’Acqua, con la famiglia Sully che vive ora nel villaggio Metkayina ed è ancora impegnata a processare la sofferenza derivata dalla morte del primogenito Neteyam.

Avatar – Fuoco e Cenere non si fa mancare nulla sul fronte delle battaglie e della spettacolarità, ma presto quel “fuoco” che dà il titolo al film si manifesta in tutta la sua ostilità attraverso i Mangkwan, clan che fa delle fiamme la propria arma principale e che è guidato dalla feroce Varang.

Leader che, in tutto ciò, vedrà bene anche di stringere con il Colonnello Quaritch un’alleanza che potrebbe portare benefici a entrambi. Un fuoco che scalda davvero?

Dal punto di vista narrativo, l’ultima fatica del regista di Titanic interseca temi importanti che, come al solito, sfociano nel sociale, tra questioni familiari, politiche, culturali e ambientali che dialogano senza troppi misteri con quella quotidianità – specialmente di stampo bellico – che puntualmente entra nelle nostre case tramite i mezzi di informazione.

Una scelta, questa, che denota una netta volontà di continuare a muoversi su un terreno per certi versi “sicuro” perché già ampiamente preparato dai due predecessori, ma che sottolinea anche una certa mancanza di audacia in termini di scrittura quando si tratta di osare spostando i confini della narrazione un po’ più in avanti.

Visivamente è un’esperienza trascinante

Tecnicamente parlando, Avatar – Fuoco e Cenere si staglia come ennesima prova di forza di un marchio che ha portato la messa in scena su livelli fino ad allora inesplorati.

Il mondo ideato da Cameron vive di vita propria e sa esprimersi anche solo attraverso gli scorci e le suggestioni evocate dai suoi panorami e dal suo variegato ecosistema; ne consegue un’esperienza travolgente in termini visivi e cromatici, che il regista statunitense ha saputo confezionare dimostrando, come al solito, un assoluto controllo del mezzo cinematografico e delle sue implicazioni digitali.

La sceneggiatura rimane troppo in superficie

Fuoco e Cenere riversa sullo spettatore una potenza visiva davvero notevole, ma la sceneggiatura si dimostra la componente più debole del pacchetto.

Complice un racconto che rimane troppo in superficie per cedere il passo all’esperienza estetica, e alcune scelte che hanno persino il sapore del già visto. Il confronto genitori-figli convincente

Si fa infatti carico delle responsabilità narrative di un prodotto cinematografico che tuttavia, sul versante del racconto, sceglie di non aprire del tutto il gas e di affidare l’intrattenimento dello spettatore alla pura dimensione visiva.

Un peccato mortale? Più sì che no: senza dubbio l’esperienza coreografica e scenografica rappresenta il pilastro su cui la trilogia ha costruito le proprie fortune e fidelizzato il pubblico, ma avere sotto il cofano tecnico così tanti cavalli di potenza e poi non ingranare le marce più alte sul fronte narrativo sa un po’ di occasione persa.

La qualità del racconto viene sacrificata

La qualità del racconto viene un po’ sacrificata a favore dell’esperienza visiva. Sin dal primo episodio, la saga si è appoggiata a schemi estremamente classici e collaudati per raccontare storie che dal punto di vista degli snodi e dei personaggi inventavano ben poco.

Una delle critiche più ricorrenti mosse al capostipite era infatti quella di aver affidato a una vicenda tutto sommariamente tradizionale, se non scontata, il supporto a un comparto visivo di livello. Ebbene, la strada è ancora quella, ma probabilmente alla nostra terza scampagnata su Pandora ci saremmo aspettati un po’ di temerarietà in più.

Esperienza visiva

Tecnicamente parlando, Avatar – Fuoco e Cenere si staglia come ennesima prova di forza di un marchio che ha portato la messa in scena su livelli fino ad allora inesplorati.

Conclusioni

Avatar – Fuoco e Cenere è un’opera monumentale, visivamente straordinaria ed esagerata, che investe lo spettatore e che non sceglie l’innovazione, quanto più l’espansione del proprio universo narrativo pur non riuscendo appieno nell’impresa.

Una pellicola i cui addendi vivono di alti e bassi: se infatti il comparto visivo è coinvolgente e tocca vette elevatissime, la sceneggiatura si dimostra la componente più debole del pacchetto, complice un racconto che rimane troppo in superficie per cedere il passo all’esperienza estetica, e alcune scelte che hanno persino il sapore del già visto.

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